Il tema della previdenza complementare torna al centro dell’attenzione per le imprese con un nuovo intervento normativo che modifica tempi e modalità di applicazione della disciplina sulla portabilità dei contributi. Si tratta di una misura che punta ad ampliare la libertà di scelta dei lavoratori nella gestione della propria posizione pensionistica, ma che al tempo stesso apre scenari organizzativi più complessi per le imprese, chiamate ora a confrontarsi con una gestione potenzialmente più frammentata dei versamenti ai fondi.
Cosa cambia sulla portabilità
La novità più immediata riguarda lo slittamento dei termini, tali per cui l’entrata in vigore della norma sulla portabilità del contributo datoriale ai fondi pensione viene spostata dal 1° luglio 2026 al 31 ottobre 2026.
La Legge di Bilancio 2026 ha poi modificato il quadro normativo prevedendo che, dopo due anni di iscrizione a un fondo pensione contrattuale, il lavoratore possa trasferire l’intera posizione maturata verso qualsiasi forma di previdenza complementare, sia collettiva che individuale. In caso di trasferimento, viene mantenuto anche il contributo a carico del datore di lavoro, non più vincolato al solo fondo di origine.
Il problema per le imprese
La misura punta ad ampliare la libertà di scelta dei lavoratori e incentivare l’adesione alla previdenza complementare, ma introduce un elemento di forte complessità gestionale per le aziende, per le quali il rischio è quello di trovarsi a dover gestire versamenti verso una molteplicità di fondi pensione, ciascuno con regole, procedure e modalità operative differenti, con un conseguente aumento degli oneri amministrativi.
Per le imprese diventa pertanto importante iniziare a pensare in anticipo agli impatti organizzativi e amministrativi, per questo un confronto con i nostri consulenti può aiutare a leggere per tempo gli scenari e trovare soluzioni sostenibili, insieme, di più.